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Andrea dice...

Sull'Empatia

Leggere quest’articolo del corriere della sera ci fa comprendere molte cose , ci suggerisce dei libri ma forse in una lettura così breve non ci può aiutare a sviluppare quella competenza che nel nostro mondo dell'Intelligenza Emotiva di Six Seconds chiamiamo FCE,

Far Crescere l’Empatia.

Molti di voi sanno già che quello che penso é che per apprendere serva l’aula, tenuta in maniera magistrale, e l'applicazione quotidiana di ciò che s'impara, ma volendo dare un contributo da qui, a distanza, posso cercare di fare il mio meglio per fare la differenza nelle nostre vite. Per migliorare da subito questa competenza fondamentale, come le altre sette, per il miglioramento delle nostre performance e per camminare verso la nostra direzione , inizierei dalle 3 fasi di passaggio verso l’empatia dando 3 spunti veloci. - Pregiudizio . Pensate all'iceberg, alla sua superficie emersa e a quella non visibile e sommersa. Il pregiudizio é avere la presunzione di conoscere l'80% sommerso solo giudicando il 20 % emerso. Vedetevi questo video per riflettere, divertendovi, su quanto sia possibile e facile fraintendere le intenzioni basandosi dai comportamenti frettolosamente giudicati. - Comunicazione . Se gli antichi orientali dicevano " fai almeno un miglio con le scarpe del tuo vicino " e i nostri proverbi " mettiti nei panni degli altri" sicuramente il concetto piennelistico Indagine- Ricalco - Guida é una modalità per entrare in sintonia che se fatta con il cuore diventa vicina all'Empatia. - Ascolto Vero e Attivo …ci interessa davvero l'altro o ci interessa di più comunicare noi stessi? In modo autentico possiamo arrivare ad ascoltare davvero almeno chi vogliamo ascoltare. Per me questo nella vita personale é un punto di continuo miglioramento ed é reso possibile da una selezione delle persone da ascoltare; se non sono interessato o coinvolto proprio non mi ci metto ad ascoltare l'altro. Meglio così , mi sento autentico, rispetto a chi é invece specializzato nell'arte di 'fingere di prestare attenzione'.

Nella vita professionale (non solo nel coaching ma anche in aula), nel mio ruolo di Emotional Trainer, ho imparato prima di tutto a osservare e ascoltare. Ogni frammento verbale, paraverbale e non-verbale viene colto automaticamente dal mio cervello per riuscire a dare il meglio di me a chi mi ascolta. L'empatia con i miei coachee o con gli allievi in aula la raggiungo anche perché sono totalmente focalizzato su quel tempo dedicato a ciò che reputo una "Missione non solo economicamente retribuita". Il telefono e ogni comunicazione con l'esterno sono spenti e questo contribuisce a fare la differenza. Quanto é brutto raggiungere un livello di empatia con qualcuno ed essere interrotti e disturbati da una telefonata, un messaggio, un Whatsapp, una mail, un Twitt o un commento su Facebook.

Credo che l'empatia si costruisca dal cuore e dedicando la cosa più preziosa che ognuno di noi ha : il nostro tempo. Di tempo e di come gestirlo in modo emozionalmente intelligente scriverò magari prossimamente sempre che mi potrò convincere che scrivere sui social faccia in qualche modo la differenza, in meglio, per tutti noi. Fatemelo sapere.

Vi lascio alla lettura dell'articolo e attendo in qualsiasi modo i vostri pareri.

Andrea

Da Corriere della Sera del 07/06/14 http://digitaledition.corriere.it EMPATIA Mettiti nei miei panni. «Puoi sempre sapere quando una nuova idea sta diventando popolare: è quando la gente inizia a criticarla». Roman Krznaric, guru del pensiero empatico, mette le mani avanti: il brusio che disturba la cerimonia di incoronazione dell’empatia a strumento che salverà il mondo non è che il prezzo da pagare per la raggiunta celebrità. L’empatia sta vivendo il suo periodo d’oro. In nessun’altra epoca storica se n’è parlato tanto. Viviamo nel mezzo di una «smania empatica», per usare l’espressione di Steven Pinker, docente ad Harvard. La nuova intelligenza, quella più adatta a comprendere il nostro tempo e il nostro mondo, è quella empatica. Solo i manager e i politici empatici hanno successo, non si può esistere senza essere empatici, lo chiediamo ai vicini di casa, ai colleghi di lavoro, ai compagni di palestra. Se possiamo insegnare ai nostri figli a gestire le emozioni mettendosi nei panni dell’altro, ridurremo il bullismo. Se possiamo coltivare l’intelligenza emotiva fra i medici, avremo un’assistenza sanitaria migliore e più compassionevole. In Ruanda, scrive Krznaric nel suo ultimo libro dal timido titolo «Empatia: un manuale per la rivoluzione», una fiction vista dal 90 per cento della popolazione è infarcita di messaggi empatici nello sforzo di prevenire il ritorno della violenza etnica fra Tutsi e Hutu. La frequenza delle ricerche su Google per la parola empatia è più che raddoppiata negli ultimi dieci anni. A puntellare la straordinaria ascesa i bestseller — dal più datato al più recente — di Daniel Goleman, «L’Intelligenza emotiva», del 1995, e di Jeremy Rifkin, «La civiltà empatica», del 2010. «Perché un quoziente intellettivo altissimo non mette al riparo da grandi fallimenti?», si chiedeva il primo. «Perché a governare settori decisivi della nostra vita non provvede l’intelligenza astratta dei soliti test, ma una complessa miscela fatta di autocontrollo, perseveranza, empatia, attenzione agli altri» è la risposta. Se, come scrive Hans Magnus Enzensberger, il Novecento è stato il secolo del trionfo del quoziente intellettivo e dell’ossessione di misurare l’intelligenza con rigore scientifico, oggi il QI è messo in ombra dall’EQ, Emotional Intelligence Quotient. Dopo l’onda del riflusso che ha seguito i movimenti giovanili degli Anni Sessanta e Settanta, spingendo ad un generale ripiegamento nella sfera privata, «con una di quelle svolte di cui non è facile rintracciare la radice, il motore delle emozioni collettive ha ripreso a girare — scrive il filosofo Roberto Esposito —. È bastato che una scintilla scoccasse in una metropoli perché lo stesso fuoco si accendesse in quella vicina» e poi in un’altra ancora, in una corrente inarrestabile di emotività collettiva. I Millennials — i nati fra gli Anni Ottanta e i primi Anni Duemila — castigati dalla crisi economica, sono stati costretti a ripensare le categorie del successo, sempre meno legato al possesso e sempre più in tensione verso qualcosa d’altro, di nuovo. La sfida è inventare modelli di relazione, lavori che possano fare la differenza nella propria vita e in quella degli altri. L’economia sociale e solidale è la sola che non sta conoscendo la crisi. «C’è stato un tempo in cui prendersi cura del prossimo era da sfigati: in cui lo stile di un giovane occidentale domandava il più gelido e ironico distacco. Ma forse questo tempo è finito. L’ethos dei trentenni di oggi è fatto di empatia e — per dirla con papa Francesco — di nessuna paura verso la tenerezza: un umore collettivo chiamato New Sincerity », ha scritto Giorgio Fontana su La Lettura . Anche la crisi finanziaria del 2008 ci ha messo del suo, rimescolando i valori e aprendo un’epoca che dà maggiori importanza alla cooperazione e alla responsabilità sociale e ambientale. Cosi l’etologo Frans de Wall può scrivere nel suo libro «L’età dell’empatia. Lezioni dalla natura per una società più solidale»: «L’avidità ha fatto il suo tempo. Ora è il momento dell’empatia». E il presidente americano Obama può ripetere nei suoi discorsi: «Dobbiamo parlare di più della nostra mancanza di empatia. È solo quando sei mosso da qualcosa di più grande di te stesso che realizzi il tuo vero potenziale». Ma qualcosa scricchiola, l’euforia ha fatto dimenticare il lato oscuro dell’empatia, la sua fragilità. «L’empaticamente corretto è il nuovo politicamente corretto» scrive provocatorio The Atlantic . Al conformismo linguistico — spesso ipocrita e finto buonista — dettato dalla volontà di tutelare tutti senza offendere nessuno si sta affiancando un conformismo delle emozioni, guscio di protezione delle sensibilità individuali? «Tutti coloro che non sanno subito dare agli altri l’impressione della comprensione, condividendo valori ed emozioni, vengono scartati», scrive Paul-Henri Moinet, in un acido articolo su Le Nouvel Economiste . Il rischio è trasformare l’empatia nella coperta di Linus di una società che ha continuo bisogno di conforto fisico e intellettuale, annullando la fatica di doverci spiegare e magari anche confrontare in modo duro per poterci conoscere. «L’intelligenza empatica sviluppata solo in una direzione e ingenuamente identificata con lo strumento per raggiungere l’armonia fra gli uomini è un approccio destinato a fallire — dice Andrea Pinotti, docente di Estetica alla Statale di Milano, autore di “Empatia. Storia di un’idea da Platone al post umano” (Laterza) —. L’empatia ha un ruolo se riesce ad abbracciare anche la dimensione dei conflitti, in un rapporto dialettico in cui le diversità si confrontano, assumendosi dei rischi». «La tesi più avanzata, che emerge dagli studi sui circuiti neuronali, sostiene che l’empatia è un’esperienza molto complessa, non riconducibile solo a una risposta emotiva automatica», spiega Laura Boella, docente di Filosofia morale, autrice di «Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia» (Raffaello Cortina). La risposta emotiva è come un fuoco di paglia. Possiamo essere colpiti dal dolore di una persona accanto a noi, ma perché il disagio diventi preoccupazione per l’altro «è necessario l’intervento delle capacità cognitive, che non significa il freddo calcolo della ragione, ma la messa in prospettiva, l’immaginare la vita altrui. Insomma, bisogna lavorarci un po’ su, mettendosi in gioco». L’idea di un’empatia «facile» è romantica e naif. La paura d’amare, di stringere amicizie profonde sono spie della difficoltà di uscire dai nostri confini, allargare l’esperienza e accogliere la gioia e il dolore altrui, tutte caratteristiche dell’intelligenza emotiva. Come scrive ancora Enzensberger «continuiamo a vivere nel timore di essere stupidi». Solo i test di valutazione sono cambiati. @danicorr © RIPRODUZIONE RISERVATA _____________________________________________________________ Articolo condiviso con Corriere della Sera Digital Edition.


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